E’ risaputo (ed è esperienza purtroppo sempre attuale). Quando un impero finisce, ciò che resta ha poche chances di restare nella pace.
Successe ai tempi dell’antica Roma. Successe nella ex Yugoslavia alla morte di Tito; e continua a succedere ancora – cronaca a puntate che ne riporta in questi giorni le ultime novità – nel territorio dell’allora Unione Sovietica dopo lo sgretolamento della ex seconda superpotenza.
Quando un impero finisce, gli Stati che lo compongono non ne subiscono più l’influsso, ma nemmeno il collante necessario per mitigare tensioni e incomprensioni e inimicizie etniche e religiose. Già Terzani nel suo libro-reportage “Buonanotte signor Lenin” descriveva l’acuirsi dei conflitti tra le varie regioni dell’impero sovietico al momento del suo crollo, molle di meccanismi che che il tempo aveva teso via via, predicendo quanto poi nella realtà qua e là è accaduto e sta accadendo. Il conflitto tra Russia e Georgia non è una sorpresa.
E il mio pensiero spazia allora a quanto lessi tempo fa dal sociologo norvegese Johan Galtung (colui che predisse a distanza di anni, e con uno scarto di appena due mesi, il crollo del Muro di Berlino) che afferma, anche l’impero statunitense soccomberà. Di certo il suo territorio non ha Stati membri in cui covino tensioni forti o differenze acute etniche o religiose – e la stessa popolazione è un vasto crogiolo di razze che convivono più o meno efficacemente. Ma l’influenza degli USA nel mondo è tale da porsi il dubbio, se tale collante s’allenterà, che succederà allora? Riusciremo a trovare una via alternativa, di convivenza e nonviolenza nel pianeta?
E’ un quesito su cui varrebbe la pena batterci il capo, e lavorare – chi può, chi deve – per la sua risoluzione.